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Il mix di culture della

Chiesa dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò

Presso la frazione San Pietro del comune di Casalvecchio Siculo si trova una delle più importanti manifestazioni della cristianità in terra di Sicilia: Chiesa dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò. La costruzione originaria della chiesa risaliva al 560 d.C.. Fu completamente distrutta dagli arabi e quindi nuovamente ricostruita nel 1117.

Origini

Fu nel 1116 che il Re di Sicilia Ruggero II – essendo in viaggio da Messina verso Palermo - fece sosta in scala presso il castello di Sant'Alessio Siculo, ai tempi noto con la dicitura latina S. Alexii. Profittando della presenza del Re, il monaco basiliano Gerasimo, si premurò di avanzare una richiesta al sovrano, domandando la facoltà e le risorse necessarie per edificare nuovamente l’abbattuto monastero

Negli anni

Sappiamo che la richiesta venne accolta e il monaco Gerasimo si adoperò per destinare le risorse alla ricostruzione. L’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò rimane uno fra i più interessanti siti basiliani siciliani d’epoca normanna. Messina, e la sua provincia, vanta numerosi esempi di valore di tali luoghi di culto: Santa Maria della Valle conosciuto come Badiazza, Santa Maria di Mili, Santi Pietro e Paolo di Itala, tutti edifici risalenti all’XI secolo.

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I Padri Basiliani erano monaci di rito greco, ricordati come “monaci guerrieri” poiché erano soliti rispondere agli attacchi in maniera determinata, abbandonando croce e paramenti ed impugnando scudo e spada. Per questo i monasteri e le abbazie basiliane avevano l’aspetto e le funzionalità di strutture fortificate, come – ad esempio – la merlatura che circonda il perimetro degli edifici. Queste costruzioni sorgevano in prossimità di torrenti o rivi, poiché questi erano stati in passato una via di comunicazione e di accesso ai piccoli villaggi che sorgevano fuori dall’abitato principale.

Ai monaci furono concessi ampi diritti di proprietà sui beni, sui campi, e sui villaggi. I prodotti destinati al monastero non venivano tassati, ed i monaci stessi potevano usufruire di tassazioni e tributi in beni materiali (quasi tutti alimentari). Inoltre, all’Abate del Monastero fu concesso il diritto «di giudicare e di condannare, e la potestà sopra di quelli che, colti in delitti, potevano essere legati e flagellati e rimanere con i ceppi ai piedi, riservando la pena per l’omicidio alla Curia Regale» equiparandolo nei poteri ad un Barone.
Pochi anni dopo, nel 1131, il monastero viene dichiarato suffraganeo del San Salvatore di Messina.
Trascorrono circa 40 anni ancora, ed il complesso si ritrova danneggiato da una catastrofe naturale, il terremoto del 1169 che interessò la Sicilia orientale. Nuovamente fu sottoposto a restauro nel 1172 dal capomastro Gherardo il Franco; sull’architrave della porta d’ingresso della chiesa è rinvenibile questa iscrizione che ricorda l’opera di restauro dell’epoca: «Fu rinnovato questo tempio dei SS. Apostoli Pietro e Paolo da Teostericto Abate di Taormina, a sue spese. Possa Iddio ricordarlo». Da quel tempo la chiesa non ha subito altri danni ne sono state necessarie modifiche, così è giunta a nostri tempi praticamente intatta.
I monaci studiavano e insegnavano e possedevano una ricca biblioteca, di cui alcuni manoscritti e pergamene sono oggi conservate presso la Biblioteca Regionale Universitaria di Messina.
L’ampio territorio che controllava era molto ricco di varie colture e allevamenti ed era dotato di vari mulini per la produzione di farine e derivati. Abbondava la produzione di vino e olio d’oliva. Di tali ricchezze prodotte dal Monastero ne beneficiava anche il paese di Casalvecchio Siculo (“Casale Vetus”) che viveva gravitando intorno alle attività del monastero stesso.

Lo stile architettonico può certamente definirsi come sintesi tra l’architettura bizantina e normanna, nel contesto di una nascente scuola artistica territoriale siciliana, accogliendo le rispettive tecniche costruttive, con qualche elemento scultoreo di matrice araba come di seguito specificato.
Da un punto di vista prettamente visivo, l’aspetto che colpisce è senza dubbio la spettacolare policromia delle facciate. Il risultato è determinato da un accurato di mattoni in cotto, pietra lavica e pietra calcarea o arenaria. Il modo in cui sono stati disposti è volto a dar vita a decori eleganti e piacevoli.

Da notare il motivo delle arcate intrecciate, le quali si susseguono su due ordini per tutta l’intera superficie esterna della struttura. Quelle dell’ordine inferiore sono tutte leggermente acute, mentre le arcate dell’ordine superiore, in corrispondenza dei muri della navata centrale, presentano l’innesto di un arco a tutto sesto fra due archi leggermente acuti.
La chiesa è orientata verso est, come molti templi di varie religioni sin dagli antichi egizi, con l’orientamento determinato dal Sole che nasce ad oriente, simbolo di energia e vita. Nel cattolicesimo – dal XVI secolo -questa caratteristica verrà sempre meno rispettata per le costruzioni di carattere sacro.
Una ulteriore caratteristica di grande interesse riguarda la forma delle absidi. Le tre absidi all’esterno si differenziano fra loro per dimensioni e forma. Le due laterali sono più piccole, hanno forma semicircolare, all’esterno ed all’interno, mentre l’abside centrale è più grande, all’esterno ha forma rettangolare, all’interno ha una forma semicircolare.
La chiesa si caratterizza per la presenza di due cupole che sormontano la struttura, e che le conferiscono il caratteristico aspetto.
L’interno è contraddistinto da una assoluta austerità. Non è presente alcuna decorazione o affresco ed i muri sono completamente spogli: si può ammirare solamente il gioco dei mattoni e delle pietre di costruzione. Questo insieme conferisce un aspetto unico, conciliante, mistico e pacificante, che rende questo luogo unico e degno di grande interesse anche all’interno.

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